Fucina di talenti o circolo di nostalgici?
Le riviste letterarie in Italia
Sono in molti nel variegato mondo della cultura nostrana, a ritenere che le riviste letterarie in Italia abbiano nel tempo perso la loro funzione, la loro importanza. In un confronto con quelle storiche, come Lacerba, La voce, La Ronda, Solaria, Officina, Verri, Menabò, Paragone, per citarne solo alcune, secondo questa teoria le riviste tuttora esistenti si troverebbero nella imbarazzante condizione di dover ammettere il proprio irreversibile declino.
Nel passato, quasi tutti gli autori poi divenuti scrittori conosciuti e apprezzati, hanno iniziato a scrivere e pubblicare racconti su riviste di letteratura, per poi raccogliere il loro materiale e passarlo di solito a piccole e medie case editrici, in attesa di fortuna.
La tendenza italiana (per più di trent’anni e grossomodo fino agli inizi dei Novanta), è stata in buona parte segnata dalle esperienze che facevano capo ai modelli delle testate pubblicate tra il primo e il secondo dopoguerra. Vale a dire riviste brillanti, importanti e innovative, caratterizzate però da alcune “consuetudini” che le rendevano spesso impermeabili ai fermenti esterni, e aristocraticamente isolate, “controllate” da editori di prestigio, che seppure indirettamente quasi le costringevano a pubblicare materiali e testi dei soli redattori, dunque firme già note e apprezzate dal pubblico dei lettori. Di conseguenza, il rischio concreto era quello di trasformarsi in un circolo di attività culturale sostanzialmente elitaria.
Oggi, si dice, le riviste non hanno più ragion d’essere, non avendo sviluppato adeguatamente le “dinamiche di genere”, oltre che aver perduto le loro precedenti peculiarità. Ma non tutti sono d’accordo con queste valutazioni. Un esempio.
Alfonso Berardinelli, critico letterario da circa tre decenni tra i più importanti nel panorama nazionale, in un articolo pubblicato l’8 febbraio 2005 su Il Foglio, soffermava la sua riflessione riguardo l’ampio margine di manovra, la libertà espressiva di cui dispone chi continua a scrivere sulle riviste, nonostante queste abbiano progressivamente dissolto quella centralità culturale guadagnata in passato. Perché, sottolinea Berardinelli, proprio questa “mancata attenzione” consente oggi alle riviste letterarie di non sottoporsi alle collaudate e stringenti logiche di marketing, diventando così un territorio di espressione più aperto e stimolante.
Chi esercita la propria scrittura (anche) sulle riviste, può dunque ancora permettersi il lusso di ragionare, dissentire, addirittura polemizzare; motivo per cui la rivista rimane il ricettacolo di un certo tipo di letteratura, spesso di ottima fattura, che altrove non troverebbe spazio. Una “zona franca”, dove promettenti scrittori prendono forma.
Le riviste letterarie, quindi, si muovono nella maggior parte dei casi al di fuori degli abituali circuiti del mercato editoriale, e sono pertanto difficili da reperire. Eppure sono tra le pubblicazioni più interessanti da sfogliare, essendo composte di testi, interviste, racconti, recensioni, interventi di carattere letterario, critico, politico, o altro, che altrove raramente troverebbero spazio. Un’operazione, questa, paragonabile non soltanto alla pratica delle riviste della prima metà del secolo scorso, ma vicina anche al ruolo svolto da quelle di un trascorso meno remoto, da Nuovi Argomenti negli anni Cinquanta (tuttora la più importante pubblicazione di genere, seppure forse trasformata nel tempo in un eccessivo ritrovo “di nicchia”) alle sperimentazioni linguistiche del “Gruppo ’63” nei Sessanta; dai Franchi Narratori, nata durante il turbolento decennio Settanta, sino alle pubblicazioni “cult” di Under 25, progetto ideato e curato negli anni Ottanta dalla sofferta genialità di Pier Vittorio Tondelli.
È proprio intorno agli anni Ottanta che - sulla scia delle rivistine musicali autoprodotte da gruppi di fan (le famose fanzine, di solito impaginate con rudimentali programmi di videoscrittura e ciclostilate in poche decine di copie) - le riviste hanno subìto un processo di radicale ripensamento, che le ha portate ad assumere la forma aperta e dialogante di oggi.
Nel passaggio dal ventesimo agli albori di questo secolo, spesso l’attività delle riviste letterarie è diventata una sorta di missione, compiuta nel tentativo (nella speranza?) di aggiungere e/o allungare la vita di quelli che vengono definiti “testi sotterranei”, o almeno di aumentarne un poco la visibilità, portandoli magari alla luce attraverso un libro antologico, che vada a pescare nel grande mare alimentato dalle riviste letterarie contemporanee, come Lo Straniero di Goffredo Fofi, Maltese Narrazioni, Carmilla, Fernandel, Il caffé illustrato, Una città, FaM. Frenulo a Mano, “Pulp”, La Rivista dei Libri, VersoDove, Palazzo Sancitale. Una pubblicazione, quest’ultima, iniziata a metà degli anni Novanta e confluita poi ne La luna di traverso.
Abbandonando per un attimo la dimensione esclusivamente narrativa, esistono riviste che invece hanno a cuore la produzione letteraria in versi. Di queste, non si può evitare di citare Poesia, mensile internazionale di cultura poetica, da un ventennio punto di riferimento ineludibile per scrittori e critici del settore.
Come tante proposte editoriali (ma come abbiamo visto più di altre), la nascita e la sopravvivenza di una rivista possono rivelarsi problematiche, per cui molte finiscono con l’estinguersi, anche nel giro di breve tempo.
Un caso piuttosto recente è stato quello di Accattone-cronache romane, che come il titolo rivela ha guardato con particolare attenzione al patrimonio culturale lasciato da un intellettuale eclettico come Pier Paolo Pasolini. Proprio Pasolini ha svolto una parte non secondaria della sua attività in riviste come Officina, negli anni Cinquanta, e in Nuovi Argomenti,nel decennio successivo.
Accattone, esperimento narrativo di tutto rispetto, per circa un anno e mezzo, dal febbraio 2003 al luglio del 2004, ha raccolto la scrittura di numerosi esordienti, o quasi, coinvolti nel racconto della loro quotidianità cittadina. Malgrado la qualità dei testi e l’attenzione suscitata nel circuito letterario, non solo capitolino, tuttavia non è riuscito a barcamenarsi tra le impietose logiche di mercato.
Restando alle più recenti iniziative, una delle più fortunate e rilevanti va senza dubbio considerata quella di Nazione indiana, all’interno della quale si è consumata l’esemplare vicenda dello scrittore Antonio Moresco, ora corteggiato e celebrato dai maggiori gruppi editoriali italiani, ma a lungo rimasto inedito. Dalle colonne di Nazione indiana, Moresco ha scosso fin nel profondo gli animi del circolo culturale nazionale, utilizzando l’opportunità offerta da una rivista prima “uccisa”, poi riesumata dalle molteplici potenzialità realizzabili attraverso Internet.
Ma la storia e lo sviluppo delle riviste online richiedono un approfondimento distinto da quelle stampate su carta.
Il senso della realizzazione e il valore culturale di una rivista di letteratura, appare dunque quello di presentarsi al lettore e agli addetti ai lavori quale territorio d’esercizio letterario, come un momento di dialogo culturale aperto e stimolante, ma anche come proposta e possibilità di crescita e miglioramento delle potenzialità dei giovani scrittori. Una specie di laboratorio in progress, all’interno del quale è possibile sperimentare e confrontarsi, dando così vita “effettiva” a un luogo di incontro, essenziale per scoprire e comprendere le nuove intuizioni linguistiche e narrative.
Rimane da chiarire un punto, strettamente collegato proprio alle aspirazioni di coloro che intendono affacciarsi e cimentarsi per la prima volta nel complesso e articolato mondo della scrittura.
Sono le riviste letterarie un biglietto d’ingresso consigliabile per iniziare questa esperienza? E possono considerarsi la migliore vetrina attraverso cui veder realizzato il desiderio di trasferire sulla pagina scritta le proprie fatiche?
Rispondere categoricamente a queste domande non si può, per un motivo ben preciso.
Se infatti lo strumento della riviste senza dubbio consente di entrare in un determinato circuito, rendendosi visibili a un certo tipo di lettori, la maggior parte dei quali già affermati o comunque ben attrezzati per navigare nel mare magnun del panorama culturale italiano, di contro il rischio è quello di veder subito bollato il tanto agognato esordio, da una critica non sempre così ben disposta ad accettare nuove proposte e firme ancora sconosciute.
Ecco perché coloro che si apprestano a cercare qualche rivista pronta ad accogliere una loro recensione, una riflessione, o un racconto, debbono essere prima di tutto e di tutti veramente sicuri di ciò che hanno scritto. Sicuri di aver fatto il proprio meglio; sicuri di aver prodotto una composizione curata, meditata e rivisitata, senza lasciarsi trasportare dalla frenesia di “esserci”, a qualsiasi costo. Solo così si possono coltivare le attitudini che si ritiene di avere. E soltanto così che si può continuare a migliorarsi, e prepararsi a cogliere la giusta occasione.
Emiliano Sbaraglia
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